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I morti di Foggia ed il caporalato: lo Stato che fa?

Il tragico incidente stradale verificatosi il 6 agosto nel Foggiano sulla statale 16 Adriatica – nel quale hanno perso la vita dodici braccianti agricoli extracomunitari ed altri due sono rimasti feriti – richiama all’attenzione di tutti il fenomeno del caporalato nelle campagne meridionali.
Il Ministro dell’Interno Matteo Salvini non parla. Da quando è al governo del Paese ci ha abituati alla sovraesposizione mediatica d’ogni sua intenzione, d’ogni sua battuta, d’ogni strale lanciato con estrema e puntuale loquacità populista contro tutto ciò che non è “made in Italy'” tanto più se è importato, anzi “immigrato”. Eppure finora, sui fatti di Foggia, si è limitato semplicemente a esprimere dolore e cordoglio.
Del resto, cos’altro potrebbe dire? Dovrebbe forse accertare chi sia il proprietario del furgone, immatricolato in Bulgaria per evitare il pagamento della tassa di possesso e delle multe e risparmiare sull’assicurazione? Magari sarà un “imprenditore” squisitamente italiano e suo fido elettore, che non si faceva scrupoli a sfruttare gli immigrati e a stiparne ben quattordici in un furgone, come animali condotti al macello in un carro bestiame.
Si consideri un aspetto: visto che il furgone era immatricolato in Bulgaria e che molto probabilmente questi nostri fratelli lavoravano in nero, nonostante che l’incidente sia avvenuto nel tragitto lavoro-casa, i feriti e i familiari delle vittime avranno serie difficoltà pure a ricevere gli indennizzi dall’INAIL o dall’eventuale istituto di assicurazioni bulgaro.
Ci si chieda inoltre: questi poveracci erano immigrati regolari? Lavoravano in nero? Le indagini faranno il loro corso. Siamo intanto dell’avviso che a Salvini, in queste circostanze, conviene tacere.
Al massimo, sulla falsa riga dei suoi predecessori, il leader della Lega si limiterà a criticare questo sistema, senza muovere un dito per modificarlo, per non intaccare gli interessi di una certa imprenditoria. Quel che conta è gettare fumo negli occhi dell’elettorato. D’altronde, non si comprende come si possa attuare concretamente il pur buon proposito di aiutarli a casa loro, ben sapendo che qualunque aiuto ai loro Paesi di provenienza sarebbe destinato ad arricchire esclusivamente un’élite politica corrotta e i gruppi criminali locali. Inoltre, non si capisce neppure come si possa pretendere di distinguere tra profughi e semplici immigrati irregolari, visto che arrivano in Italia senza documenti. Infine, qualora si riuscisse concretamente ad attuare un’immigrazione controllata, chi ne beneficerebbe? La gestione dei visti d’ingresso nell’Unione Europea sarebbe in mano a una burocrazia africana, che certamente ne farebbe un mercimonio, alla stregua delle bande che fanno affari col traffico dei migranti.
Nel frattempo, una domanda continua a penzolare nel vuoto etico prima ancora che gestionale ed operativo: concretamente contro il caporalato lo Stato italiano che fa? De André cantava: “si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità”. (Dino Rosalia)

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