Giornata mondiale per il lavoro dignitoso 2025: il MLAC per un rinnovato impegno laicale
di Giuseppe Falanga
Lo scorso 7 ottobre è stata celebrata la Giornata mondiale 2025 per il lavoro dignitoso, a cui il MLAC (Movimento Lavoratori di Azione Cattolica) ha voluto dedicare un’attenzione speciale. Oggi (11 ottobre, ndr) si terrà a Bari la tavola rotonda “Innovazione, diritti, sviluppo del territorio”, a cui prenderanno parte Don Oronzo Cosi (Assistente nazionale del Settore adulti e del Movimento lavoratori di Azione cattolica), Eugenio Cascione (Direttore Confcooperative Brindisi) e Giuseppe Bocuzzi (Segretario generale Cisl Bari).
L’occasione offre lo spunto per riflettere su questioni “glocal” di indubbia attualità, ritenendo il MLAC che quella del lavoro costituisca una frontiera di denuncia ed impegno presso cui il laicato cattolico è chiamato a rinnovare la propria responsabilità, in dialogo con le aggregazioni ecclesiali e con le parti sociali.
È un’attenzione che si rinnova ogni anno con creatività e sollecitudine, considerato che sono trascorsi più di 25 anni – era il 1999 – dall’introduzione della definizione universale di “lavoro dignitoso” su iniziativa dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.
Così l’OIL: «Il lavoro dignitoso è un’occupazione produttiva e redditizia che fornisce un reddito equo, diritti e protezione sociale e sostiene una crescita economica sostenibile. È una fonte di dignità e la base per la pace, la giustizia sociale e una maggiore uguaglianza».
È una definizione in cui c’è tutto. Forse troppo, a confronto col poco che ancora alberga nella realtà. Ma è giusto che sia così, perché certe definizioni funzionano come i principi: aiutano a capire quanto la realtà si accosti o discosti da quel che dev’essere, perché si provveda a migliorare i servizi e a raggiungere gli obiettivi prefissati.
E che quella di “lavoro dignitoso” fosse una definizione ambiziosa lo si sapeva invero dapprincipio, tant’è che sarebbe di fatto seguita dopo 8 anni, nel 2007, la prima Campagna Globale per promuoverlo, fino all’istituzione nel 2008 della Giornata mondiale.
Si comprende da subito che tutto quanto è rubricato sotto l’etichetta di “lavoro dignitoso” non è materia di esclusivo interesse per giuristi, economisti e sindacalisti, perché ne va di mezzo l’impegno per la giustizia sociale e, in ultimo, la qualità della democrazia. Roba seria da far tremare i polsi a tutti. Grandi e piccoli.
È questo il motivo per cui – tra le tante iniziative strategiche intraprese – l’Agenda ONU 2030 è entrata nelle scuole, facendo da intelaiatura alle indicazioni nazionali per l’innovazione didattica di ogni ordine e grado. Tra i suoi 17 goal uno è dedicato, non a caso, alla dignità del e nel lavoro.
Ma non ci vuole molto per comprendere anche che promuovere il “lavoro dignitoso” significa concentrare gli sforzi di deliberazione politica nella direzione di una riforma permanente della condizione lavorativa, perché essa sia connotata essenzialmente da stabilità occupazionale – ad iniziare da quella giovanile e femminile – da inclusività sociale diffusa e da equità salariale, senza disattendere i fronti evergreen della formazione professionale continua e della tutela della sicurezza in ambiente di lavoro. Proprio qui le cose si fanno difficili.
La Giornata mondiale per il lavoro dignitoso – e vale a ben pensarci per tutte le giornate – è stata istituita per questo: la ricorrenza annuale suggerisce l’opportunità di verificare a che punto siamo, si direbbe con l’agenda in mano. E qualche deduzione scende giù veloce anche quest’anno… Non senza un po’ di rammarico.
Ci si limita a formulare qualche considerazione, senza la presunzione di ritenerla conclusiva.
L’Obiettivo 8 dell’Agenda 2030 correla innanzitutto il “lavoro dignitoso” alla “crescita economica”, richiamando l’urgenza di dignificare il lavoro in una misura che sia sostenibile per ogni tipo di prestazione professionale, senza disparità di genere, riducendo i divari territoriali. Ciò determina la necessità di rigenerare non solo il patto sociale ma anche una crescita economica che sia costante, inclusiva ed eco-compatibile.
Come stanno, dunque, le cose?
A fronte dei repentini cambiamenti tecnologici, ambientali e demografici in corso non si può non prendere atto di un generale miglioramento, arduo definirlo già un cambio di passo, con qualche modifica subentrata perlopiù nelle modalità di svolgimento del lavoro agile in molti settori professionali e quindi in una maggiore conciliazione dei tempi di lavoro e vita, in una più diffusa sensibilizzazione sui temi della sicurezza, in un trend occupazionale positivo e in qualche ritocco stipendiale seguito ad alcuni aggiornamenti contrattuali da tempo attesi.
Se si assume il numero degli infortuni registratisi sul lavoro in Italia, fermandoci ai periodi del 2025 (fino allo scorso agosto) già monitorati da INAIL, verrebbe poi da tirare un cauto sospiro di sollievo, perché rispetto al 2024 sono calate le denunce di infortunio in occasione di lavoro, sebbene siano aumentate le denunce di infortuni in itinere, anche con esito mortale.
Ma crescono intanto le denunce di infortunio relative agli studenti. Si tratta di più di migliaia di studenti impegnati nei percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento (PCTO), di fatto equiparati ai lavoratori.
E altrettanto dicasi per le denunce di malattia professionale: nel 2025 sono 5.261 in più rispetto al 2024.
Altra risonanza è raccolta se invece si pensa, cambiando discorso, su scala planetaria. Si guardi al fatto che nel 2024 – stando agli ultimi dati elaborati dall’OIL e dall’UNICEF – ammontano a ben 138 milioni i bambini e gli adolescenti che in varie aree sono vittime del lavoro minorile, dall’agricoltura ai lavori domestici, con ripercussioni notevoli sulle dinamiche di sviluppo locale, atteso che i banchi di scuola restano vuoti. Non si possono negare di certo i progressi compiuti, ma molto resta da fare per restituire l’infanzia a quanti è negata, tanto più se si considera che tra questi minori sono circa 54 milioni quelli impiegati in prestazioni rischiose per la salute e la sicurezza, come nei settori dell’industria mineraria e manifatturiera.
Ora, se il sotto-obiettivo 8.1 dell’Agenda 2030 impone almeno una crescita annuale del prodotto interno lordo del 7% nei paesi meno sviluppati va da sé che il mancato investimento nell’istruzione è il primo ostacolo al raggiungimento dell’ambito target in termini di PIL.
E, ancora, il sotto-obiettivo 8.7 getta luce proprio sul lavoro forzato, invocando l’adozione di misure immediate ed efficaci per
l’eliminazione della tratta degli esseri umani, versione moderna della schiavitù, nonché per la proibizione e l’eliminazione del lavoro minorile in tutte le sue forme. Il tutto – è scritto – da farsi entro il 2025. Ce la possiamo fare: abbiamo ancora due mesi per provarci.
E pensare che, tornando indietro e nei Paesi più avanzati, il sotto-obiettivo 8.6 prevedeva di ridurre entro il 2020 la percentuale dei giovani non impegnati nello studio, nel lavoro o nella formazione, insomma quelli spiaggiati sul divano che abbiamo intanto imparato a identificare con l’acronimo ‘Neet’. Non sono mancate valide progettualità ed investimenti da Bruxelles orientati in tal senso. Né dà prova il fatto che oggi il livello medio dei Neet nell’Unione Europea è calato: l’incidenza dei giovani fra i 15 e 29 anni in sofferenza formativa e lavorativa è stata ridimensionata all’11% nel 2024. Tra cinque anni bisognerà scendere al di sotto della prevista soglia del 9%. La Danimarca e la Germania, insieme a molte altre nazioni del Nord Europa, ci sono già riuscite. L’Italia è ancora in campo con gli strumenti della Garanzia Giovani rinforzata e con gli Sportelli Giovani nei Centri per l’Impiego previsti nel Piano di emersione e orientamento varato nel 2022.
E tanto può bastare per lasciare intendere la provvisorietà dei bilanci in materia. Molti altri sono, infatti, gli ambiti in cui il lavoro, trovandovi una dimensione problematica, attende di essere riformato tanto nei modelli organizzativi quanto nelle previsioni giuridiche. L’impegno del MLAC a sollecitare le azioni di miglioramento e a promuovere buone prassi a tutela della dignità dei lavoratori si rigenera con entusiasmo e responsabilità. Lo si fa nella consapevolezza che la differenza anche in tema di lavoro è innanzitutto marcata dalle rappresentazioni culturali entro cui l’etico dovrà giocoforza declinarsi nel pratico se s’intende preservare l’umano dalle insidie della tecnica e dalle iniquità sociali.
Risuona a mo’ di bussola l’eco di Papa Francesco che nell’Esortazione apostolica “Evangelii gaudium” (2013) qualificava il lavoro dignitoso con quattro aggettivi-sentinella: libero, creativo, partecipativo e solidale. Se manca uno, mancano tutti gli altri.
Gli albori del Pontificato di Leone XIV riverberano con fiducia quella stessa luce che continua a porre il tema del lavoro tra i fuochi centrali della Dottrina sociale della Chiesa.
Lo sappiamo: la strada è in salita. Ai laici cattolici tocca percorrerla fino in fondo. Il MLAC resta un fedele compagno di viaggio, ad ogni passo.



