Modulo invio messaggio

Fusioni Acquisizioni Merger Acquisition

Pandemia e stabilità finanziaria: l’etica della responsabilità per governare la complessità europea

Alla fine l’intesa è arrivata. Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte mette in valigia il mandato parlamentare per negoziare il patto di stabilità al Consiglio UE di giovedì 10 e venerdì 11 dicembre. Soddisfatti i M5s ortodossi e gli scettici renziani. Perché? Perché è stata lanciata la grande promessa agli italiani: ci si batterà ai tavoli d’Oltralpe per riformare il Meccanismo europeo di stabilità (Mes). L’intento è farne una misura strutturale, con un primo obiettivo: eliderne il carattere intergovernativo. E, continuando, prevedere un’assicurazione europea dei depositi bancari per sostenere gli istituti di credito in fallimento. Ancora: permettere agli Stati in default di ristrutturare il proprio debito per contrastare l’offensiva dei fondi speculativi. Ne prendiamo intanto atto: lo scenario emergenziale ingenerato dal Covid-19 conferma, a distanza di circa un anno dai primi contagi, che la ricerca di soluzioni alla crisi non è un’impresa di facile portata per l’Italia e per chi è chiamato a governarla. La complessità pandemica impone misure reattive su più livelli decisionali e fronti operativi. Troppo variegata, interconnessa ed articolata è, infatti, la fenomenologia virale per illudersi che basti applicare protocolli sanitari generici ad esclusione di misure economiche cautelative e compensative che, al contrario, necessitano di essere pianificate con lungimiranza a seconda delle potenzialità e delle criticità tipiche dei singoli contesti regionali dell’Unione Europea. Non sono mancate iniziative ed ipotesi per ancorare il Bel Paese agli orizzonti europei per andare oltre la rilevazione dell’impietosa curva epidemiologica, ma le tensioni politiche più recenti hanno confermato che l’adozione delle ‘giuste’ misure non è affatto un gioco estemporaneo, perché di mezzo c’è la vita di milioni di persone e la promessa di un superamento collettivo della crisi. Il che significa che occorre affrontare i problemi con approccio razionale, con i più adeguati strumenti di management sanitario e di pianificazione socio-economica. Quella europea, a molti non par vero, è una transizione obbligata; è un’opportunità da non disperdere, data la varietà delle risorse correlate al fondo salva-Stati. Perciò va incanalata in una progettualità forte che, nell’armonizzare intenti e scopi, interpelli tutte le forze parlamentari.
Il Presidente Conte va a Bruxelles perché la ripresa dell’Unione Europea, si sa, passa per il Next Generation EU, che fa leva su investimenti nei megatrend e punta alla stabilità finanziaria nell’area europea. Sarebbe imperdonabile – come lui stesso ha dichiarato alle Camere – eludere quest’opportunità. Sappiamo infatti che il Recovery fund, cioè il sostegno ai Paesi colpiti dalla pandemia, è polpa sanguinante del Next Generation.
Si tratta di innescare responsabilmente un dispositivo da 672,5 miliardi di euro, concordato dai leader dell’UE nel luglio 2020. Il dispositivo per la ripresa e la resilienza aiuterà gli Stati membri ad affrontare l’impatto economico e sociale della pandemia di Covid-19, garantendo nel contempo che le loro economie intraprendano le transizioni verde e digitale e diventino più sostenibili e resilienti. Certo è che per beneficiare del sostegno conseguente al dispositivo europeo per la ripresa e la resilienza, l’Italia deve poter contare su di un piano nazionale – concreto e fattibile – per la ripresa e la resilienza. Transizione energetica, transizione digitale e solidità delle finanze pubbliche sono, in particolare, i cardini essenziali su cui è imperniata la risposta italiana al nuovo progetto europeo. Per un ammontare di 196 miliardi di euro. Nello specifico, i fondi del Recovery Plan Italiano sono destinati innanzitutto alla transizione digitale ed ecologica (74,3 euro); alla digitalizzazione, all’innovazione, alla competitività e alla cultura (48, 7 euro). E ancora: ci sono quote per le infrastrutture e la mobilità sostenibile (27,7), come per l’istruzione e la ricerca (19,2 euro), per la parità di genere e la coesione sociale e territoriale (17,1 euro). Infine, per la salute (9,0 euro). A giochi (quasi) fatti, non resta che concludere che le esagitate consultazioni e le verifiche progressive che si sono rincorse in questi giorni nella maggioranza di governo sono state il segno inquietante di quanto alta sia la posta in gioco. È vero che le tensioni interne al Movimento 5 Stelle sono il sintomo eloquente delle troppe anime di quella parte politica, ma esse hanno offerto anche l’indizio di una quadra governativa che occorreva costruire al più presto. Lo si era capito dagli inizi: occorreva coesione e, a quanto pare, con la firma di Italia Viva dopo le parole di Conte, la compattezza di maggioranza è finalmente garantita.
Perché la sfida è quella di sempre: verificare se si sia capaci di compiere scelte con trasparente pragmatismo, senza compromettere responsabilità ed equilibrio, ossia, in ultima analisi, verificare se sia possibile ancorare le strategie economiche ad indirizzi etici il più ampiamente condivisibili. È un compito di controllo ed orientamento decisionale che spetta alla politica assolvere in coerenza con i suoi più alti fini. Si pensi alle Cacs (clausole di azione collettiva) che, in fase di ristrutturazione del debito italiano, contribuirebbero ad impoverire i titoli pubblici. Ma non ci sarebbe alcun automatismo né impositivo né inibitivo in zona Euro. Dipende dal singolo Stato: ogni Paese ha facoltà di attivare i meccanismi di ristrutturazione del debito. Nel tener fede al mandato istituzionale, la classe politica è dunque tenuta a dar prova di ragionevolezza ed autorevolezza, coniugando flessibilità di metodi e stabilità di vedute. Ma la relazione tra i governatori ed i governanti, anche questo si sa, è oggi più che in altri tempi soggetta ad un processo di revisione continua che non può evidentemente dare per scontata la riproposizione di intese e assetti validi in passato. Nell’attuale frangente, emerge come insidia, beffarda e prepotente, la complessità tipica della comunicazione istituzionale, quella che nell’era dei social media esige un contemperamento ulteriore di ‘significati’ e ‘significanti’.
Percepiamo tutti i giorni quanto sia difficile gestire la duplice finalità insita nei messaggi pubblici, ossia il motivare ed incoraggiare la popolazione e, al contempo, offrire soluzioni tecniche ed organizzative efficaci per contrastare la crisi. Sul Mes è stata detto tutto ed il contrario di tutto. L’agone politico va nutrendosi di meccanismi retorici ormai banalizzati, sicché se da un lato ci si espone alla gogna mediatica senza temere per la propria credibilità, dall’altro si continuano ad assorbire messaggi e notifiche di cui l’assuefazione non consente di cogliere più il senso. Così è stato finora per il tanto, troppo discusso Mes. (g.f.)

Lascia un commento