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Moro oltre il “Caso Moro”: a Battipaglia l’eredità dello statista nel libro di Picariello

BATTIPAGLIA – Sarà presentato domani sera il libro “Liberiamo Moro dal caso Moro” di Angelo Picariello. Appuntamento alle ore 18.00 nel Salotto comunale del Palazzo di Città.
L’iniziativa rientra nel ricco programma di incontri culturali attesi nell’ambito del “Maggio dei libri”, organizzato anche per il 2026 da Silvana Rocco. Ad invitarci alla lettura sarà direttamente Picariello, storico giornalista di Avvenire, impegnato in un dialogo d’occasione con Antonio Manzo.
Edito da Edizioni San Paolo nel marzo 2025, il volume propone in 472 pagine un ritratto ‘liberarorio’ di Aldo Moro, in ossequio ad un’idea di ‘historia’ che – privilegiando il fatto nell’integrità delle sue evidenze – vorrebbe preservarlo dai stanchi cliché di una casistica selettiva, parziale, dimezzata. Per ricordarci che c’è Moro prima del ‘Caso Moro”, per cui valgono l’uomo e la sua vita prima ancora di quel che di lui e delle sue vicende s’è scritto, si è capito e si è voluto capire.
Quelle firmate da Picariello sono pagine dense di memoria, capaci di restituire al distratto presente una più nitida e completa fisionomia del Moro estratto dalla sua dimensione pubblica e privata, quale lungimirante politico e fervente cattolico, studioso attento e riflessivo, uomo paziente e strategico mediatore.
Non a caso, il volume è inserito nella collana “Attualità e storia”, laddove la storia – benché attinta ad un passato percepito ormai come remoto – gronda invero sangue e fa vibrare voci di verità tuttora inascoltate. E perciò resta attuale.
Il sottotitolo “L’eredità di un grande statista” suggerisce d’altro canto la nuova prospettiva di lettura, quella che spinge lo sguardo in avanti e induce ad andare oltre l’ermeneutica riduzionistica che vedrebbe, a distanza di anni, la figura dello statista pugliese imbrigliata nei lacci della ricerca storiografica innescata da quel tremendo 9 maggio 1978. È, questo, un paradosso non inusuale da comprendere e disattivare: le parole non possono obliare i fatti, gli argomenti non possono soffocare la realtà. La copiosa produzione bibliografica registratasi intorno al “Caso Moro”, inseguendo talvolta i dettagli della cronaca o strizzando l’occhio a facili dietrologie, ha di fatto contribuito – ma non è questo il torto – a tenere alto il sipario sull’immane tragedia umana e politica di un uomo rimasto solo, in quegli interminabili 55 giorni, dinnanzi al suo destino.
Lo ha fatto come se la parabola biografica e politica di Moro trovasse luce e significato soltanto ine quegli ultimi giorni di vita, quelli che lo videro recluso in un covo elevato dai brigatisti a “prigione del popolo” e che, infilzati dalla controversa linea della fermezza, travagliarono il Paese intero.
Tuttavia, proprio il persistere di un paradigma indiziario volto ad indagare solo il clamoroso epilogo di una più complessa vicenda ha fatto sì che di quella vicenda s’adombrassero aspetti di per sé degni di essere conosciuti e divulgati. Qui sta il ‘vuoto’ da colmare, l’altra metà di una fotografia scattata ora per intero da Picariello, perché si è giunti finanche a supporre che la risoluzione del caso terroristico coincidesse con la cicatrizzazione di una più profonda ferita procurata alla storia politica repubblicana. Opzione che non può essere evidentemente sufficiente a cassare il più difficile e sincero profilo di una grande personalità.
Merita allora soffermarsi negli angoli di casa Moro, per cogliere la levità premurosa di Aldo padre e nonno, come anche sarebbe utile andare nelle aule e nei corridoi universitari per incrociare lo sguardo di un professore in ascolto dei suoi giovani studenti. Merita ponderare la gravità pensosa dell’uomo attivo nell’agorà italiana su molteplici fronti di impegno pubblico, retto com’era dalle premesse di un giusnaturalismo cristiano dialogante nel segno della concordia e della libertà, a dovere elaborato in veste di penalista come convinto antigiustizialista.
Merita anche evocare il magistrale contributo offerto dal giovane Moro alla nascente Repubblica nel 1946-47 in qualità di padre costituente, come l’attività svolta da uomo di governo, sollecitato al confronto dentro e fuori alla Democrazia cristiana, prima come Ministro della Pubblica istruzione e poi degli Affari esteri, alle prese con l’onda lunga di una complessa contestazione sociale. Per arrivare a tratteggiare, infine, il politico autorevole divenuto vittima del terrorismo brigatista.
Se il sacrificio di Moro ha suggellato la sua vita, cristallizandola in un giudizio estremo eppure duro a morire, è proprio questa vita che merita anzi di essere lumeggiata per intero al di là di quel giudizio, per cogliere la portata di un impegno pubblico costante e discreto, risoluto e dinamico che per decenni ha determinato il corso della politica italiana del Novecento. Di qui l’appello di Picariello: “Liberiamo Moro dal caso Moro”, ispirato ad una sollecitazione formulata dal nipote Renato Moro in un discorso commemorativo tenuto al Quirinale in occasione del centesimo anniversario della nascita. Liberare Moro, sì. Finalmente. Impresa ardua, diremmo insidiosa, di certo non lineare e non immediata. Le concrezioni ideologiche stratificatesi negli anni sul corpo esanime dell’illustre statista ritrovato in via Caetani ne perpetuano sì la memoria, ma rinnovano l’immagine logora di luoghi divenuti intanto comuni, confermano le verità in parte scoperte e perciò ritenute più agibili, allungano l’ombra di sospetti verosimili e promettenti, verificano a volte ipotesi col beneficio di sole altre ipotesi. Laddove, al contrario, gioverebbe forse voltare pagina a ritroso, per non arrivare troppo in fretta alla straziante mattina di via Fani. Prima di quella c’è Moro; dopo c’è il “caso Moro”.

(g.f.)

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